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Oscilliamo tra l'apocalisse e i paradisi perduti, molto vicini alla prima e molto distanti dai secondi, in balia dei sogni, del desiderio e dell'odio per noi stessi: proprio questo cerco di esprimere nei miei quadri.

Rudolf Schlichter

Questo dipinto è un'allegoria alla distruzione. La violenza della guerra, incarnata dal dio Marte che, nonostante l'imponente figura, appare inerme, cieco, a causa di quell'elmo che, calata la visiera, gli impedisce la completa visione. Si muove sulla tela come una macchina, in uno spazio vuoto. Non c'è traccia di vita umana, solo tracce di distruzione. La mano destra impugna un martello, nell' avanbraccio sono infilati due triangoli di legno; l'altra mano impugna uno spadino. Il gambale di metallo ha una testa di ariete, emblema di Marte, il dio della guerra. Omuncoli e bestie ripugnanti attaccano il suo corpo. Avanza verso una scogliera, oltre ci sarà il vuoto. Vedo un paradosso: insegne del guerriero e attrezzi di un artista, non di un distruttore. Gonnellino ed elmo evocano più un atleta. L'artista dietro la manipolazione di simboli tradizionali, nasconde il vero pericolo, quello di una guerra di nuovo genere (tecnologica ?) . Questo è il linguaggio che io intuisco, che lui veste di fantastico. Non sfuggì al nazionalsocialismo, e il suo dissenso nei confronti della guerra, non era neppure tanto nascosto.
I suoi dipinti vennero requisiti.


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